Michela Murgia, AVE MARY E la Chiesa inventò la donna Ed. Einaudi Quando, per la prima volta, ho visto questo libro in libreria tra le novità, mi sono detta (forse per l'immagine poco attraente della copertina) che era l'ennesimo libro sulla figura di Maria e che non mi attirava affatto. Dopo qualche mese, un mio caro amico me lo regala e mi dice: “Devi leggere assolutamente questo libro.” L'assolutamente era dovuto a un episodio, purtroppo non l'unico, che avevo vissuto di “ridimensionamento”, da parte di chi ha potere, del ruolo dei laici e delle donne nella Chiesa. Oggi scrivo queste righe perché è vero che è un libro che va assolutamente letto. Con uno stile fluido e sereno, a volte anche ironico, l'autrice cerca di destrutturare alcune immagini che nella storia della Chiesa (e non solo) si sono andate consolidando, con un grande contributo degli uomini religiosi, sulla donna e su Maria, la madre di Gesù. Michela Murgia ha fatto studi teologici, e questo le garantisce un certo spessore alle letture critiche che fa. Le pagine che mi hanno colpito di più sono proprio quelle in cui parla di Maria: disegnata e presentata dalla Chiesa sempre come un'icona umile, ubbidiente, pietosa, quasi passiva. Se riflettiamo bene a ciò che è accaduto nella vita di questa donna normale, vediamo quanti tabù della società giudea di quel tempo ha sfidato. Ha ubbidito per amore all'invito dell'angelo, ma sapendo che poteva rischiare la lapidazione e l'emarginazione totale. Ho girato l'ultima pagina del libro, dispiaciuta che fosse finito, con la sensazione che da quel momento Maria, la Madonna, sarebbe stata per me un modello da imitare, non tanto perché aveva reclinato il capo, come ho imparato al catechismo, quanto per aver sfidato un sistema culturale. Grazie Maria... Grazie Michela... |

