Il counselling e la vita religiosa cattolica “Anche i santi piangono” è il titolo un po' ironico con il quale vorrei identificare questa traccia di riflessione; a significare che il “male di vivere”, quel senso di smarrimento e di vuoto così umano si annida anche negli animi di chi ha scelto una vita consacrata, i religiosi e le religiose (restringo il campo all'ambito cattolico, perché è la realtà che conosco meglio). La loro maggiore difficoltà, rispetto a noi persone “normali”, è quella di essere meno abilitati a rispondere a istanze interne che non si possono ascrivere all'ambito spirituale-teologico, e risolvere solo con la preghiera e la meditazione. La mia limitata esperienza in questo ambito, mi ha permesso di individuare alcuni bisogni psicologici comuni al mondo religioso:
Lavorare su questi bisogni è la premessa per aprirsi ad una vita affettiva ampia, fertile, generatrice di vita e relazionalità, feconda di idee e progetti, innamorata, profonda e felice. Il counselling potrebbe facilmente intervenire in tutte quelle situazioni di disagio e di difficoltà personale o della comunità religiosa, che non richiedono un intervento strutturale terapuetico, allo scopo di facilitare un benessere interno e relazionale, dei religiosi e della comunità alle quali appartengono. Lavorando, quindi, sulla prevenzione di malesseri più profondi e dolorosi che potrebbero sorgere per aver ignorato i segnali che la nostra interiorità ci lancia. Ho maturato alcune riflessioni che condivido in questo spazio, certa che il Counselling può molto in questo ambito. Le aspettative di perfezione verso i religiosi e i ruoli di responsabilità e potere che nei secoli hanno riguardato una parte della Chiesa cattolica, hanno alimentato un cortina di intoccabilità e di impronunciabilità di alcune tematiche umane come affettività, vita emotiva, sessualità. Questo muro di silenzio ha lasciato che disagi, ferite e angosce si sedimentassero all'interno della persona, lasciandola sola e spesso con il senso di colpa di “sentire e percepire” bisogni affettivi che dovevano essere solo “del mondo”. Questa energia psichica è stata, in alcuni gravi casi, rivolta in modo più o meno sano e morale verso soggetti e situazioni esterne. Anche queste azioni sono state fatte rientrare nei confini della cortina di silenzio: ampliando la gravità delle ferite dentro e fuori la persona.
A contribuire a questa frattura c'è stata anche un'atavica difficoltà di dialogo e di linguaggio tra la psicologia e la teologia. Distanza che si va man mano riducendo, grazie al maggiore coinvolgimento degli studiosi religiosi nella ricerca psicologica e scientifica.
Le numerose denunce di abusi e violenze subite nei decenni passati dai fedeli per parte di uomini e donne religiose, hanno facilitato, a mio modesto parere, la consapevolezza nelle istituzioni ecclesiastiche della necessità di una formazione umana per tutto il percorso di studio prima, durante e dopo la professione dei voti religiosi. È certo che siamo solo all'inizio di questo lavoro: la sfida è quella di alimentare la fiducia e la confidenza dei religiosi verso alcune professionalità, quali il cousellor, e verso alcune abilità relazionali e comunicative necessarie sia al proprio benessere come persona umana, e, in un secondo momento, anche per svolgere con maggiore competenza il ruolo educativo e di accompagnamento che molti religiosi svolgono nella nostra società. Le cause che nei secoli hanno creato questa difficoltà di accettare, da parte del mondo religioso, una formazione umana, relazionale e sociale, sono, a mio avviso:
Mi dice un religioso, Fra D.: “La valenza/peso di peccato (ancor prima che di colpa) è presente non solo nella dimensione fisico-genitale ma anche affettiva: l'esempio classico è quello del pericolo di amicizia tra due frati o tra due suore visto sempre come anticamera del peccato. La sublimazione (o il tentativo di sublimazione) funziona come terapia palliativa di una malattia incurabile; il presupposto è che la natura sia più forte della forza di volontà e della dimensione spirituale e presto o tardi ne ha il sopravvento. Questa natura (che troppo semplicemente viene fatta coincidere che la dimensione corporale) va quindi maltrattata, aggredita, ferita per renderla inoffensiva. Nelle agiografie dei santi spesso si parla da flagellazioni, cilici, ed altre simili pratiche oggi facilmente identificabili con il sadomasochismo.” Sono fermamente convinta che il Counselling abbia molto da offrire al benessere dei religiosi: non solo per il ruolo educativo, sociale e assistenziale che essi svolgono, ma e soprattutto per un benessere loro interno. La maturità spirituale, mistica e teologica, non può che basarsi su una maturità interna che scatursca dall'integrazione di tutte le dimensioni della persona: corpo, psiche, mente e... spirito. Patrizia Morgante (Cousellor, iscritta al Registro Nazionale del CNCP) |
