Leggo un editoriale del sito di satira mamma (http://www.mamma.am/mamma/articoli/art_6400.html) e mi sento oppressa. Un conato di nausea coinvolge il cuore e lo stomaco, li sento agitarsi. Il senso di oppressione e di pena mi assale. Sento che la situazione e' paradossale, kafkiana. Prende vita la trasformazione dal buon vivere al pressapochismo, l'evoluzione verso il basso della nostra consapevolezza di essere societa' civile e politica. Dove per politica intendo il far parte attiva della “polis” che nel greco antico indicava la citta'. E la citta' era di tutti nell'Atene dei tempi d'oro. Ecco non viviamo piu' nella nostra citta' come cittadini, con i nostri diritti e doveri, nel rispetto delle aspirazioni di ciascuno, delle differenze e della legalita'. La contraddizione e' tutta in questa sensazione di essere in una situazione che non rispetta noi stessi, che genera uno stato di insoddisfazione, nel quale tutti stiamo male. Ma il peggio e' pensare che tutto questo sia normale!!! La conseguenza di una serie di circostanze che ci riguardano solo da lontano. Guardiamo una vita attraverso due dimensioni che spiaccicano la realta' nel tubo catodico che non esiste piu' in televisori al plasma che si vanta di essere piatto e tutto appiattisce. La prospettiva e' quell'insieme di proporzioni, calcoli, proiezioni che gia' nell'arte antica, permise alle cose, agli oggetti, alle forme e alle persone di mantenere la loro corposita', la loro tridimensionalita' e di misurare distanze altrimenti illegibili sul piano. Anche quando questo era inclinato. Ora che ne abbiamo fatto della nostra capacita' di vedere le cose dalla nostra prospettiva? E da piu' punti di vista? Quali prospettive applichiamo? Che fine ha fatto la tridimensionalita' per non parlare della quarta dimensione, che prendo in prestito dagli artisti del primo '900 che incitava a vedere le cose nel loro insieme di spazio- tempo. Dove siamo noi oggi? Dov'e' la nostra capacita' di collocare le cose nello spazio e nel tempo? Paulo Freire, il pedagogista brasiliano, nella sua Pedagogia degli Oppressi tocca argomenti profondi, tocca il cuore di un sistema che parte dall'educazione per rendere gli uomini ricettori passivi della realta' e viverla senza fantasia e creativita' senza possederla anzi, lasciandosi andare alla corrente. Oppressi da sensi di colpa e contraddizioni. Freire sfidava piu' di quaranta anni fa la corruzione di un sistema che era funzionale alla disuguaglianza, alle ingiustizie e alla prevaricazione. Per questo pago' con l'esilio dalla sua terra e l'ostracismo duro' per molto tempo. Sono passati quasi quaranta anni dal fermento culturale e di innovazione che negli anni tra il '60 e la meta' dei '70 smosse il mondo. E come stiamo oggi? Che cosa vedo intorno? Una societa' dove diritti acquisiti vengo costantemente oltraggiati, la dignita' delle persone calpestata, sia essa legata al lavoro, alle case, alla religione o al colore della pelle. Paghiamo quotidianamente per non essere responsabili di noi stessi. Le criticita' della nostra epoca, nelle quali annaspiamo senza voler capire che la soluzione non ci viene mai da fuori, ci sfuggono. Con una superficialita' indotta non solo dall'indolenza di una educazione asettica e antagonistica, ma pure dalla nostra personale cecita' e dall'individualismo che ci limita a guardare nel nostro piccolo orticello senza vedere il grande parco in cui siamo collocati, possiamo fare ben poco. Proprio non vorrei scomodare esempi come Gandhi e Danilo Dolci, ma non vedo tanta differenza tra gli analfabeti e i contadini siciliani o gli indiani sotto la colonizzazione inglese e noi italiani di oggi. Freire diceva sempre che dopo aver preso coscienza del problema la domanda sorgeva spontanea: Che fare? E' ora di porcela questa domanda. E non bisogna essere un'icona della nonviolenza, un santo o un asceta per trovare una risposta. Possiamo opporci a questa deplorevole situazione di oppressione solo impegnandoci, rimanendo vigili, vivendo consapevolmente e riscoprendo la bellezza di essere comunita' civile; tutti responsabili di mantenere questa societa' aperta e condivisibile , riappropriandoci di spazi decisionali e non delegando ad altri quello che ci compete. Ciascuno e' quello che sceglie di essere, di fare, di vivere... anche con 500euro al mese, anche con il sussidio di disoccupazione e un contratto a tempo determinato, anche senza tutele di sindacati; non sempre potremmo dire: “uh! Io non lo sapevo!”, “io non c'ero”, “ e' successo altrove” sono commenti gia' usati. Vanno bene una volta. Ma oggi? Dobbiamo inventarci qualcosa di diverso. Riscoprire le radici di una critica costruttiva e di coscientizzare noi stessi e gli altri e concentare l'avventura della nostra vita nel mondo in cui viviamo. Don Milani aveva un bellissimo e straordinario motto sulla porta della sua scuola a Barbiana “I care!” -(Me ne prendo cura) Ecco allora, prendiamoci cura di noi, di noi stessi e degli altri, delle nostre cose, della nostra realta' sociale. In maniera propositiva e bella. Si' siamo creativi, ma seri, e per farlo bisogna anche saper sorridere nelle disgrazie. Un pensiero ai lavoratori di Pomigliano. E ai sindacalisti che una volta muovevano masse e messe ed oggi zerbinano alla politica di truffatori, giocolieri, nani e ballerine! |

